“CONCILIAZIONI” MANCATE FRA STATO ITALIANO E CHIESA

Il lungo cammino che ha condotto alla conclusione del Concordato dell’11 febbraio 1929 fra la Santa Sede e lo Stato Italiano è punteggiato da tentativi falliti.

Il più importante fu certamente quello intrapreso da Cavour all’inizio del 1861. Stupisce questa iniziativa voluta da un anticlericale convinto, colpito dalla scomunica di Pio IX. Ma il tentativo fu presumibilmente ispirato dalla convinzione che la sua mossa, anche se non avesse avuto buon esito, avrebbe ottenuto favorevoli riflessi per l’Italia in campo sia interno che internazionale.

Cavour si avvalse della collaborazione di due importanti personaggi: Diomede Pantaleoni, famoso medico romano, già Deputato pontificio nel 1848, e in quel 1861 Deputato italiano, e Carlo Passaglia, teologo, gesuita dimessosi dall’Ordine.

Stabiliti i primi contatti, Cavour incaricò il rosminiano padre Giacomo Molinari di recarsi a Roma per consegnare a Pantaleoni e Passaglia il progetto di Convenzione formulato in articoli con le relative istruzioni per la conduzione delle trattative, e una lettera per il Cardinale Antonelli.

Il 21 febbraio padre Molinari s’imbarcò a Genova per Civitavecchia, ma il 25, mentre Cavour attenva impaziente notizie, giungeva da Napoli un dispaccio del Molinari che informava: “Puk irato” (“Puk” era l’abbreviativo di “Puecher”, il nome con cui veniva indicato il Papa nella corrispondenza cifrata convenuta fra Cavour ed il Molinari) e di aver dovuto, per questo, una volta giunto a Civitavecchia, proseguire per Napoli, portando comunque con sé “tutto” (ossia i documenti affidatigli) e chiedendo nel contempo se dovesse consegnarli a qualcun altro.

Cos’era successo? Quale la causa della crisi?

L’iniziativa di Cavour per risolvere la “Questione Romana” aveva coinciso con l’emanazione da parte del Governo italiano di leggi riguardanti le corporazioni ed il sequestro di beni ecclesiastici nel napoletano, l’arresto di vescovi nonché l’abolizione dei Concordati in Lombardia, Napoli e Sicilia. Ciò aveva provocato la violenta reazione di Pio IX che si dice avesse gettato per aria le carte della sua scrivania inveendo contro il povero padre Molinari definito apostata e traditore e ordinandone l’arresto. Appresa tale notizia, padre Bertetti, preposto Generale dei Rosminiani, temendo per l’incolumità del confratello aveva inviato un messo con l’ordine di non sbarcare e proseguire per Napoli.

Le famose carte furono dal Molinari consegnate a Napoli, su ordine del Cavour, a Costantino Nigra che le fece pervenire al Pazzaglia ed al Pantaleoni i quali, nonostante la sfuriata del Papa, tentarono di intraprendere trattative. Era però troppo tardi: essi si trovarono di fronte ad un deciso rifiuto da parte delle autorità vaticane, ed anche a persecuzioni personali. Il Pantaleoni fu espulso dallo Stato Pontificio, mentre il Passaglia sfuggì all’arresto rifugiandosi a Torino.

E Pio IX, con la sua “Allocuzione” del 18 marzo 1861 rifiutò “qualunque accordo cogli autori delle innovazioni politiche e civili in Italia” e con quel Cavour reo di auspicare “una libera Chiesa in un

libero stato”.

Un altro tentativo di risolvere la “Questione romana” è rivelato dall’articolo di un ignoto giornalista che si firma “Romanofilo”, apparso nella rubrica di attualità “Corriere di Roma” sui numeri dell’11 e 27 febbraio 1877 de “L’illustrazione italiana”.

Riferisce egli infatti di una visita in Italia dell’Imperatore del Brasile don Pedro II d’Alcantara detto “Il Magnifico”, che non riusciva a comprendere come e perchè a Roma il re Vittorio Emanuele (del quale era amicissimo) ed il Papa Pio IX vivessero da nemici fra le stesse mura. Romanofilo si dice in grado di parlare di un incontro (del quale non indica la data) avvenuto in Roma tra Pio IX e l’Imperatore. Scrive egli che Pio IX accolse “con segni di alta distinzione e di squisita amabilità”

don Pedro il quale “affrontò francamente il problema ed espresse il suo vivo desiderio, nel comune interesse dello Stato e della Chiesa in Italia, di vedere il Papa ed il Re stringersi la mano.

Pio IX lo lasciò dire, prestò massima attenzione alle sue parole e godette visibilmente nell’udirle” ma poi “rispose in forma evasiva: deplorò i continui progressi della rivoluzione anco dopo il 1870 e aggiunse che egli, senza esser nemico di Vittorio Emanuele, non poteva dimenticare il 1870… ed il resto”.

L’Imperatore, pur deluso, insistette, sostenendo che “molti dubbi si sarebbero schiariti, molte difficoltà tolte di mezzo, col colloquio”, ma il Papa ribadì: “No, no; vegga, è difficilissimo. Vittorio Emanuele venire in Vaticano? Ma le pare? Tutta Roma andrebbe sossopra… e poi il governo, il Parlamento… i giornali; no, no, capisco tutto, ma la cosa non va”.

L’Imperatore non si arrese e tentò il tutto per tutto: “Se Vostra Santità mi autorizza, ora, subito, salgo in una botte (pessima vettura da nolo -precisa il giornalista), vado al Quirinale, m’intendo col Re, montiamo sulla botte insieme e senza che di notte nessuno ci vegga, torniamo qua. In mezz’ora tutto è fatto”. Pio IX, prosegue il giornalista “stette alquanto sopra di sé; corrugò la fronte poi pronunciò una sola parola: “Impossibile!”.

L’udienza era terminata, e allorchè don Pedro, prima di partire da Roma chiese di rivedere il Pontefice per salutarlo, si sentì dire dal Card. Antonelli che Sua Santità era indisposta.

Vien da chiedersi se quanto scritto dal Romanfilo sia veramente accaduto.

Sta di fatto che in effetti l’Imperatore del Brasile nel 1876 fece un viaggio in Europa recandosi in Francia, Turchia ed Italia, accolto con tutti gli onori, per cui quasi certamente, nel 1877 poté incontrare Pio IX.

Per quanto riguarda il colloquio con il Papa invece, Romanofilo scrive: “Quella scena fu così interessante che io, sibbene non pretenda dare in luce alcuna storia nuova né inedita, la riferirò in succinto a profitto di chi la ignora o può averla dimenticata”.

Comunque stiano le cose, l’ipotesi dell’Imperatore del Brasile don Pedro II d’Alcantara e di Vittorio Emanuele re d’Italia che di notte, stretti (entrambi erano piuttosto robusti) su di una carrozza scassata presa a nolo, si recano di gran carriera ad incontrare Pio IX, è, dal punto di vista giornalistico, un vero capolavoro.

Infine, ecco un terzo tentativo, sempre fallito: Francesco Margiotta Broglio in un articolo sul “Corriere della Sera” del 6 giugno 2019 dal titolo “Stato Vaticano, un’idea del Vate”, sositene che il 10 giugno 1919 il Presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando aveva ricevuto all’Hotel Ritz, dove si svolgeva la conferenza di pace, Mons. Bonaventura Cerreti “inviato speciale” del Segretario di Stato vaticano Pietro Gasparri, latore di un progetto pontificio di soluzione della “questione romana” basata su un accordo che avrebbe creato un piccolo “Stato Vaticano” e regolato i rapporti fra Chiesa e Stato. La prospettiva venne però bloccata dalla dura opposizione di Vittorio Emanuele III, pronto ad abdicare piuttosto che “sobbarcarsi ad un concordato”.

Nell’articolo l’autore sostiene inoltre che la “Repubblica (poi Reggenza) del Carnaro” fondata a Fiume da Gabriele D’Annunzio e da lui guidata dal settembre 1919 al dicembre 1920, fu il primo Stato a prendere in considerazione la sovranità della Santa Sede in campo internazionale. Il progetto piacque alla Santa Sede che inviò un proprio “Amministratore Apostolico” per Fiume.

Evidentemente Gabriele D’Annunzio, già colpito dagli strali del Sant’Ufficio per la sua opera letteraria sovvertitrice della morale cattolica, in quel momento e in qualità di “Comandante” dei conquistatori di Fiume e capo della “Reggenza del Carnaro”, alla Santa Sede faceva comodo.

Giovanni Zannini